Dieci pensieri sul Non Finito Calabrese di Francesco Lesce

di Francesco Lesce

Il sogno di Duchamp
Per Duchamp la scelta del ready-made non era dettata «da un qualche compiacimento estetico». Essa «si fondava su una realizzazione di indifferenza visiva». Pur essendo frutto di un’azione poietica, i fabbricati non finiti realizzano il sogno di Duchamp: giungere all’indifferenza visiva.

Assuefazione

La loro ovvia presenza li rende invisibili, o irrilevanti allo sguardo. Aderiscono all’evidenza del quotidiano come fossero trasparenti creature. Agli occhi dei calabresi lo spessore dei fabbricati non finiti è discreto, quasi inconsistente.

Abitare

Quel che in essi si nasconde è l’anima dilaniata dal tempo di una “cattiva modernità” per la quale “vivere nella forma dell’abitare” equivale a vivere in maniera eticamente mostruosa. I Non Finiti non rivelano il brutto, ma l’orrendo ethos del moderno abitare.

L’infinita promessa

 “Edificare” in Calabria vuol dire praticare una specie di culto nel quale l’opportunità di vivere meglio rimane una promessa mai realizzata e la “volontà di esserci” si traduce, puntualmente, nella sua radicale inammissibilità.

Liturgie del cemento

Fra i pilastri dei fabbricati Non Finiti, lungo i ferri che svettano verso il cielo va scorta una tensione religiosa che trova un suo modo di manifestarsi nel culto sacrale del cemento. “Costruire” in Calabria è la forma liturgica rivelativa di un mistero il cui nucleo soteriologico (salvifico) consiste nel rimandare all’infinito la possibilità di abitare, senza mai attuarla. «Monumenti alle aspettative tradite dei calabresi», dice Angelo Maggio. Ma in Calabria il tradimento è congenito ad una “politica delle aspettative”. È questo un modo – tipico delle neoreligioni fondate sul mito del progresso – di differire all’infinito la remissione dei peccati, confondendo il regno della speranza con quello della disperazione.     

Spettri

Abitare ha sempre voluto dire tracciare un limite tra il dentro e il fuori, il noto e l’ignoto. Ma nell’universo dei Non Finiti questa possibilità rimane sospesa all’infinito senza mai realizzarsi. E così abitare significa vivere in compagnia degli spettri, insieme a chi avrebbe dovuto esserci e non c’è: parenti emigrati, progetti mai compiuti, turisti immaginati. 

Rovine

Come reperti di antiche civiltà, i Non Finiti sono tracce di un’assenza. Ma se le rovine archeologiche raccontano di arcaici mondi passati, pilastri, ferri e mattoni alludono a civiltà il cui futuro non si è avverato e forse mai si avvererà (i commedianti al potere le chiamano: “civiltà in via di sviluppo”).

L’Avvento

Nelle aspettative tradite si riflette un modello di sviluppo che ha dominato per mezzo di promesse. Ancora oggi, in piena “fine della storia”, tocca in sorte ai calabresi di vivere “in attesa dell’Avvento”. Un tempo era l’industria, oggi è la “cultura” ad offrire la chiave del riscatto. Ma dietro feste, festival, sagre, concerti di musica popolare, fiere del libro, musei, parchi letterari, borghi turistici, si cela l’ennesimo inganno. In questi riti mondani il nostro linguaggio, le nostre capacità espressive, il nostro modo di abitare appaiono non più come segni di uno stile di vita, ma come ferite derivanti da un atto di violenza che ha separato il nostro vivere dalle sue forme.

L’estraneo e il familiare

Ha scritto Albert Camus ne Il Mito di Sisifo: «Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; ma viceversa, in un universo subitaneamente spogliato di illusioni e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa». Nell’universo del Non Finito l’estraneo e il familiare appaiono indistinguibili. Ma quel che più è curioso è che l’esilio del calabrese d’oggi gronda di ricordi e di speranze, di patrie perdute (tradotte in millantate tradizioni) e di terre promesse (riflessi di una “sviluppo” ancora da venire).

Filosofia

In un bel testo che riflette sulla tragica esperienza dei campi di sterminio nazisti, Giorgio Agamben ha scritto: «la filosofia può essere definita come il mondo visto in una situazione estrema che è diventata la regola». In un tempo che non conosce la violenza dei Campi, la questione pare tuttavia riproporsi: com’è potuto accadere che una “situazione estrema” sia divenuta la “regola”?

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