Non finito calabrese tra speranza e tradimento di Gioacchino Criaco

Una tempesta di soldi, per tutti gli anni ottanta dal cielo piovvero le lire. Ne vennero giù così tante che un po’ arrivarono anche giù. Bagnarono la Calabria. Il grosso del temporale fu causato dal debito pubblico, poi i posti pubblici e la mano larga e gli occhi chiusi su ogni tipo di intrallazzo. Al di là dell’origine, il denaro convinse i calabresi che oramai era fatta: avrebbero avuto un posto fra i ricchi, e lo avrebbero avuto per sempre.

Così anche i non ricchi girarono le mani nelle tasche finalmente piene e, come i ricchi soliti, si diedero a costruire magioni, e a fare a gara a chi le costruiva più grosse. Si costruiva sulla speranza che i soldi non sarebbero mai finiti, quindi si costruiva sul sogno e sull’ambizione, non sulle risorse reali. Più si ambiva, più si strafaceva e più si impastava cemento. Si ambì tanto e si impastò tanto. Sul più bello i soldi finirono, quando ancora di finito non c’era nulla. I poveri, temporaneamente arricchiti, videro i sogni e le ambizioni infrante, plasticamente mostrati dai muri con al massimo una prima passata d’intonaco grezzo, in contrasto con i colori pastello delle magioni dei ricchi soliti.

Questa fu la speranza tradita, la promessa, falsa, che si diventava tutti ricchi, anche i poveri. Ma non fu il solo tradimento. Nel loro delirio massonico, nel senso muratorio, i poveri avevano messo dentro il loro principio cardine: la famiglia. Si sarebbe stati insieme, per sempre, perché l’affetto e i legami di sangue per i poveri, si sa, sono sempre venuti prima di tutto. E invece no. I poveri, con qualche soldo in tasca, si dissero che no, stare tutti insieme non era poi così bello. Sapere e far sapere i fatti di tutti, ridere e piangere insieme, sospirare e respirare con gli stessi polmoni. Ma si, la famiglia sarebbe sopravvissuta anche solo con i pranzi settimanali o con lo stare insieme per le feste.

Così i palazzi non solo rimasero non finiti. Diventarono anche vuoti. Perché i poveri tradirono la speranza che li aveva fatti sopravvivere per secoli. La comunità, la solidarietà, sarebbero state orpelli inutili nella nuova dimensione da ricchi. Di questo è figlio il non finito calabrese: di un tradimento e di un autotradimento. Dell’inganno del sistema e di un’ipocrisia culturale.

Quanto alla pacchianeria degli interni, questo non dipende dall’essere calabresi, dentro le magioni dei ricchi e gli indefiniti dei poveri si troverà il buono o il cattivo gusto che è degli uomini.

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