Rovine (sette pensieri brevi) di Pietro Gagliano’

di Pietro Gaglianò

 

“tutto concorre a farci credere che la storia sia finita

e che il mondo sia uno spettacolo

nel quale quella fine viene rappresentata”

Marc Augé (Rovine e macerie, 2003)

I

Sembra che la civiltà occidentale di questo millennio abbia esaurito la possibilità di produrre rovine. La logica del consumo accelerato e dello smaltimento scriteriato contrae la durata utile di ogni prodotto, anche di quelli edilizi, eliminando todo modo la fase di riassorbimento degli scarti materiali come dei residui visivi. Il paesaggio contemporaneo non produce affettività, non contribuisce alla creazione di immaginari condivisi, di sentimenti di appartenenza, perché non fa in tempo a depositarsi nella visione collettiva delle comunità, ma è predisposto per essere rimosso o azzerato in vista di nuovi confezionamenti imposti, in genere, su scala internazionale.

 

II

Il feticismo per il paesaggio e per l’antico (che nelle parole di alcuni cultori dello sviluppo a tutti i costi rappresenta la principale causa della resistenza italiana nel conformarsi a più scattanti modelli internazionali), e anche l’affezione talora parossistica per i simboli e gli status quo (malintesi come garanzia di longevità identitaria) non sono stati capaci di resistere al rivestimento di ogni centro storico e di ogni periferia delle stesse patine al neon e colori pastello – identiche attraverso lo spazio quanto cangianti lungo il tempo.

 

III

La pulsione al consumo (completata dalla passiva soggezione delle masse a questa sollecitazione) corre parallela a una bizzarra ansia di finitezza, come se tutto possa essere godibile solo in una dimensione esatta: un qui e ora laico e prosaico, radicato in un antropocentrismo parossistico che non lascia spazio alla prospettiva verso il passato. La storia, scriveva Gramsci, insegna ma non ha scolari – e oggi i pochi rimasti hanno perso la lezione perché distratti dall’illusione che la storia medesima possa parlare attraverso un presente fulmineo, sovrascritto a ogni passo, divorato dalla molteplicità inconsistente della sollecitazione virtuale.

In tutto questo, la presenza delle rovine potrebbe avere secondo Marc Augé una funzione pedagogica: quella di creare nella compulsione della vita istantanea un intervallo dove “ritrovare il tempo per credere alla storia”.

 

IV

Osservando il paesaggio meridionale viene in mente che una sorta di saggezza inconsapevole potrebbe avere ispirato a migliaia e migliaia di costruttori e piccoli proprietari un atteggiamento contro tendenza: un paesaggio sconfinato di edifici mai compiuti si sostituiscono alle rovine che non avranno il tempo di diventare. Nascono come rovina e innescano da sé una dilatazione temporale.

 

V

Il non finito calabrese si distingue da quello siciliano, magniloquente e tragico con le sue cattedrali nel deserto appartenenti a una fenomenologia ben diffusa in tutto il territorio nazionale, dove il pensiero corre prima di tutto alla scelleratezza degli enti di governo e alla dissipazione delle risorse. E di questi esemplari si parla molto, oppure non se ne parla affatto, ma solo perché non è conveniente. In Calabria il non finito è minuto e puntiforme, come un eczema diffuso sulla pelle martoriata della regione, ed è in larga parte di iniziativa privata (ma patentemente legittimato dalla connivenza del potere politico, della commissioni edilizie ammiccanti, dei regolamenti comunali elastici). Da un punto di vista formale talvolta è meno offensivo alla vista degli edifici finiti e accessoriati, e si accosta quasi timido sul ciglio delle strade provinciali e contiene una strana forma di speranza, una prospettiva per un avvenire da risolvere (come se il cemento armato e il laterizio a cielo aperto si conservassero alla perfezione).

 

VI

Angelo Maggio un giorno ha raccontato di come ogni piano fuori terra di queste palazzine abbia la sua ragione nell’aspettativa per il ritorno (o per l’arrivo) di un figlio, che possa completare, elevare i muri di tamponamento e installare gli infissi, e forse anche intonacare, sognando così di accrescere la famiglia, e allargare l’ombra attorno all’albero della genealogia ctonia che tanto si è spesa per gettare le fondamenta. Un figlio, o una figlia, per ogni piano. Una fiducia a di poco sterminata nella possibilità che il tempo mantiene aperte, nella sua generosità per il futuro, nella sua clemenza con il passato. Il non finito calabrese, come le rovine di una civiltà estinta, parla da lontano e guarda ancora più lontano.

 

VII

Purtroppo l’orizzonte di tale discorso è destinato a rimanere quello asfittico dell’interesse privato, senza comprensione della dimensione sociale, impoverito di qualsiasi riferimento alla cultura civile, alla sostenibilità, alla coscienza ambientale, alla comprensione dell’altro.

Le basi morali di una società in rovina.

 

 

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