Tre pensieri sul non finito di Stefano Portelli

Odio le foto e i fotografi, ed ecco che mi trovo a scrivere di fotografia! Quando guardo le foto etnografiche, o del cosiddetto “mondo popolare”, quasi sempre mi sento a disagio: mi sembra che i fotografi eliminino dalle loro inquadrature tutto quello che rimanda alla realtà, fuori dallo stereotipo. Rimane escluso dal quadro tutto quello che a me interessa: tutti gli elementi che esprimono contraddizioni, complessità, ambiguità, come i mucchi di spazzatura dopo la processione di Somma Vesuviana, le ambulanze pronte durante i correfoc della Catalogna, o le rivendicazioni femministe durante la festa per Parvati a Katmandu.

Qualche mese fa, in Kenya, dopo alcuni giorni di lavoro con un gruppo di donne masai, ho deciso finalmente di fare una foto a tre anziane. Una di loro aveva al collo una bellissima custodia di cuoio lavorata in cui teneva il cellulare, che non stonava affatto con il resto degli ornamenti che le coprivano collo e petto. Ma appena messa in posa, quasi senza pensarci, ha infilato la custodia del cellulare dentro alla veste. Sapeva bene che agli europei non piacciono questi dettagli nelle loro foto, perché fanno pensare che il tempo passa anche tra i Masai, che i loro vestiti sono attuali, adattabili al presente, non sopravvivenze fuori contesto; che i Masai sono contemporanei dei cellulari, dei computer e della new economy.

Ogni tanto poi i fotografi inseriscono qualche elemento di “modernità” nelle loro immagini etnografiche. Penso a una foto di Marco Marcotulli a Cocullo, che ritrae proprio i fotografi che circondano i serpari, contribuendo a sfatare l’illusione di purezza in cui in genere si cerca di mantenere lo spettatore (anche grazie al bianco e nero). Molte foto etnografiche sembrano voler far credere che non c’era nulla di “estraneo” lì dentro, neanche le macchine fotografiche che hanno scattato quelle foto! Purtroppo però anche quelle che – ad esempio – ritraggono un cellulare che inquadra il santo in processione, o una telecamera in mezzo a un villaggio indigeno, sembrano voler ribadire l’estraneità, quasi l’assurdità, di questi oggetti, in contesti che si vuole continuare a descrivere come residui del passato, come “tradizionali”.

È un dialogo “sopra le spalle del nativo”: chi fotografa e chi guarda la foto collaborano nello spingere ancora di più i soggetti fotografati in un’illusione di atemporalità, o lamentando la decadenza del mondo popolare corrotto dalla tecnologia, quando non addirittura ridicolizzando la pretesa dei nativi di usare oggetti “nostri” (e quindi di entrare nel presente). Negli anni ’90 erano popolari le foto delle chiese di San Juan Chamula, in Chiapas, piene di lattine di Coca-Cola. Che messaggio volevano trasmettere quelle foto, in quei tempi di lotta alla globalizzazione, nella terra degli zapatisti? Che emozione volevano suscitare negli spettatori? Difficile dirlo a parole; sicuramente, però, erano emozioni ben diverse da quelle che suscitavano negli abitanti di San Juan Chamula.

Le foto di Angelo ribaltano completamente questo dialogo. Qui è il contesto ad essere “fuori luogo”, non più alcuni elementi, esclusi o inclusi che siano nell’inquadratura. Il non-finito calabrese è un mondo intero, uno scenario completo, un paesaggio, che rompe tutte le nostre pretese di distinguere. È come se non ci fossero più limiti, una volta che si decide di fotografare il mondo così com’è, e non come vorremmo che fosse. Le dicotomie di cui abbiamo un gran bisogno – tra città e campagna, povero e ricco, tradizionale e moderno – ne escono assolutamente sconfitte, perché non sono vere; le statue dei santi che svettano allegramente in primo piano, o i manifesti elettorali e pubblicitari esibiti con disinvoltura, sembrano trarre forza dal nostro stesso sgomento, dalla nostra incapacità di comprendere. E questo è il primo pensiero: che queste foto ci portano al mondo reale, invece di astrarre uno stereotipo dalla realtà, come spesso fa la fotografia; ci dimostrano che c’è ancora tanto da capire, prima di parlare del Sud, della politica, della religione, del consumo. Non si può tirar fuori una morale da queste foto: sono come i koan dello zen, che rompono uno schema e rimangono così, sospesi –

Il secondo pensiero è che alcune riflessioni hanno fatto il loro tempo, e che è ora di portarle un po’ più avanti. C’è una foto in cui si vede un orribile non-finito in mezzo alla campagna, coronato da un cartello pubblicitario che celebra l’incremento del turismo, con il villaggio calabrese in cima alla montagna. Non si può non pensare al meraviglioso cortometraggio di Pasolini sulla forma della città, che riflette sulla rottura del paesaggio organico di paesi come Orte, nel Lazio, con le nuove costruzioni razionaliste degli anni Sessanta e Settanta. Potentissimo, intramontabile, sublime; eppure, ne è passato di tempo da allora, e chi vive quelle periferie, quelle pseudocampagne (o postmetropoli!) non le percepisce di certo come le viveva Pasolini nel 1974. I ferri che svettano in cima alle palazzine, se al nostro sguardo rappresentano precarietà, degrado e scarsa attenzione estetica, per chi li costruisce invece – in linea con quello che scrive Pietro Gaglianò – significano la possibilità di estendere la casa, di crescere economicamente, forse anche di veder tornare un figlio. Sicuramente rinviano al futuro ed al successo, per quanto noi ci ostiniamo a proiettarli nel passato e nella miseria.

Lavorando nei quartieri informali si impara che dove un estraneo vede miseria e degrado – pozzanghere, spazzatura, gente seduta sul bordo del marciapiede o in strada – gli abitanti spesso vedono altro: meno spazzatura di prima, e più raccolta; solo alcune pozzanghere, e non dappertutto; gente seduta a discutere, invece che a litigare. Dove giornalisti e fotografi, architetti e urbanisti, vedono problemi da risolvere, stagnazione, dolore e inefficienza, molti abitanti (e qualche antropologo) vedono invece un panorama dinamico e in trasformazione, il riflesso della lotta collettiva contro la povertà, nonostante lo stigma e le difficoltà del presente. Questi diversi sguardi sullo spazio abitato sono stati descritti magistralmente da un sociologo inglese, Peter Marris, sempre nel 1974, in una descrizione di uno slum di Lagos, in Nigeria (p. 43 sgg.). Forse i mattoni a vista a San Luca significano la stessa cosa che a Dharavi (Bombay) o negli slum del Cairo? E cioè che tutto si trasforma e che la città cresce, nonostante la povertà del paese? Alcuni giovani urbanisti indiani da anni rivendicano che i cosiddetti slum – veri capolavori di non-finito sono in realtà “città autocresciute” (homegrown cities), in costante miglioramento e trasformazione. Hanno lavorato tanto gli antropologi del secolo scorso per smontare l’idea che i “selvaggi” vivessero solo nella miseria, e per mettere in luce quanta ricchezza ci fosse, proprio lì dove lo sguardo colonialista vedeva solo mancanze. Bisogna forse fare la stessa operazione anche ora, pur se invece di fango e paglia abbiamo ferro e mattoni di scarsa qualità.

Il terzo pensiero è su un altro concetto antropologico sotteso a tutte queste foto: i famosi non-luoghi di Marc Augè. Di recente pare che Augé abbia ritrattato sul significato del concetto che lo ha reso famoso, e che ancora imperversa; inoltre, Augé stesso ha lavorato sul non-finito in Italia, in un video del 2012. Si potrebbe pensare che le foto di Angelo ritraggano l’apoteosi del non-luogo, l’apice degli spazi senza significato, senza referenti e senza storia. Eppure – devo dirlo – i non-luoghi non esistono. O almeno: uno stesso spazio può essere non-luogo per qualcuno, e non per qualcun altro. Si pensi agli aeroporti, non-luoghi per eccellenza della monografia di Augé: si tratta senza dubbio di spazi privi di referenti, se sei un professore universitario che li attraversa pensando alla conferenza che deve tenere all’arrivo; ma non se sei la donna delle pulizie che ogni mattina all’alba apre le porte e i corridoi chiusi al pubblico, che ne conosce anfratti e nascondigli, che studia i ritmi e i flussi. Per chi ci lavora ogni giorno, anche lo spazio più alienante è un luogo: anche tra i dipendenti degli enormi magazzini di Amazon, trionfo della funzionalità spersonalizzante dell’industria 2.0, sicuramente c’è chi è riuscito a creare dei luoghi, a investirli in qualche modo di vitalità e significato.

Queste foto sono potenti perché fanno esplodere tutte queste contraddizioni. Ci impediscono di pensare ogni cosa – la religione, la politica, il consumo – come un’entità autonoma, fuori dal contesto specifico in cui si manifesta: ci obbligano a interessarci in profondità dei contesti, al di là delle apparenze e degli stereotipi. Le nostre categorie, le lenti con cui interpretiamo la realtà, sono figlie di un passato che ancora pesa; il presente è evidentemente sconcertante e privo di significato se letto alla luce di queste idee preconcette. Ma se osservate con attenzione, se inquadrate nel modo giusto, queste periferie del contemporaneo, i margini della “surmodernità”, ci rivelano la grandezza del tempo presente, la sua affascinante complessità, quella che ci spinge a volerlo conoscere, a volerlo studiare, ad esplorarlo fino in fondo.

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